FAME DI LEGGEREZZA

Lucia arriva in terapia a 20 anni. Lo sguardo è fiero, il passo sicuro e a parte i suoi 100 kg di peso, nulla sembrerebbe indicare uno stato di disagio. Si mostra serena, sicura di se e per come ne parla il fatto di pesare così tanto è semplicemente un “errore di percorso”  a cui non mancherà di porre rimedio appena ne avrà tempo.

Rossella, la madre di Lucia che l’accompagna al primo colloquio, è invece profondamente allarmata, oltreché dispiaciuta, racconta di come il continuo mangiare dolci stia conducendo la figlia a sviluppare un il diabete.

E’ da quando ha 17 anni che Rossella ha cercato di mettere a dieta Lucia,  tutti i tentativi sono sempre falliti. E adesso, quando Rossella tenta di aiutare Lucia  provandola di quei cibi che le fanno male,  Lucia diventa una furia  sbattendo porte, rompendo oggetti  e urlando offese terribili. La goccia che ha fatto traboccare il  vaso è stato quando l’ultima volta, dopo l’ennesima litigata scoppiate per impedirle di mangiare il terzo Yogurt, Lucia ha risposto spingendo la madre con tale forza da farla cadere.

Mentre mi racconta questi eventi, Rossella piange. Lucia invece, guarda da un’altra parte.

 E’ come se Lucia volesse dimostrare di essere superiore a tutto e a tutti. Nascondere il dolore agli altri è il primo modo che abbiamo per non sentirlo: irrigidiamo il petto per darci forza, alziamo lo sguardo per non mostrare vergogna, serriamo i denti e la gola per trattenere le lacrime. In qualche modo funziona: costruiamo un’immagine di illusioni che inganni prima gli altri e poi noi stessi. Ma il corpo racconta.

 Lucia non stava bene e il suo corpo non poteva continuare a nascondere il disagio dell’anima.

Più Rossella cercava di superare le barriere di Lucia, più lei si opponeva rendendosi inaccessibile. Non per orgoglio, non per fame, ma per pura paura: paura del dolore.  All’improvviso, come fosse l’onda d’un terremoto, Lucia non riuscì più a trattenersi, così da scagliarsi contro di noi e urlare:“ Cosa cazzo ne volete sapere voi?! Cosa vi frega se mangio yogurt o frutta! Lasciatemi stare!” e riferendosi alla madre “Parli tu poi!? Che hai avuto sempre tutto facile?! Io non sono come te!”. Poi tremante di rabbia, ma anche timorosa per la mia possibile reazione, mi chiese se c’era un bagno, e io  con un sorriso che la tranquillizzasse glielo indicai.

Rossella si vergognava e si scusava, diceva di non riconoscere più la figlia. In silenzio fino a quando Lucia fu tornata, ripresi dicendo “ Forse, Lucia con questo suo gesto ci vuole dire che è lei la prima in difficoltà, e che se fosse semplice avrebbe già smesso di mangiare quello che le fa male”. Non era mia intenzione discutere di questo, ma solo far capire alla parte fragile di Lucia che l’avevo vista, per questo non diedi alcuna  possibilità di rispondere. Allo stesso tempo fingevo di cadere nel tranello postomi dalla parte più difesa  di Lucia:  rivolsi ogni mia attenzione alla vita di Rossella per capire come mai Lucia avesse detto quelle cose.

La storia che la madre mi raccontò era una storia in cui di facile non c’era stato niente.

Rossella non aveva conosciuto il padre e ancora adolescente era rimasta orfana a  causa di una malattia che aveva colpito la madre. Rimasta sola fu costretta a sospendere gli studi, senza arrendersi alla disperazione, aveva dovuto seppellire le lacrime e la paura nella ricerca di un lavoro. Non per coraggio, quanto per necessità, trovò prima lavoro come domestica, poi assunta come segretaria in uno studio di avvocati, ebbe la forza di terminare definitivamente gli studi.  E’ stato allora che Rossella ha incontrato Gaetano,  un ragazzo bello e pieno di attenzioni, capace di farle sentire nuovamente il piacere di vivere.  L’arrivo di Lucia fu il traguardo di un sogno: rappresentava per lei la possibilità di recuperare una famiglia che aveva perso troppo presto.

Accade alle persone di chiamare Amore il nostro bisogno di calore.

Dopo alcuni mesi  fantastici, nacque Lucia. Arrivarono le notte piene d’insonnia. Arrivarono i pianti interminabili. Arrivarono i litigi fra Rossella e Gaetano. E arrivò presto, troppo presto, il giorno in cui Gaetano  decise di crearsi un’altra storia. Crearsi una nuova vita con una nuova donna.

Nuovamente il freddo che risale dal buio. Nuovamente la solitudine che avvolge la vita, con una bambina troppo piccola per capire e una casa troppo vuota  da riempire; di nuovo  Rossella si rimise a lottare giorno per giorno cambiando casa, trovando un altro lavoro ancora, con l’imperativo di non cedere alla paura.

E mentre Rossella non c’era perché impegnata in giornate fatte di nostalgia, rabbia e lavoro, affidava Lucia  a delle anziane signore amiche di sua madre, che se ne prendevano cura badando alla sua educazione, facendola giocare con i loro nipotini e raccontandole favole e storie. Nulla di nuovo per una generazione a cui la guerra aveva insegnato il valore della solidarietà.

  La preoccupazione che Lucia potesse soffrire per le lunghe assenze della madre o per la mancanza del padre fu placata dal vederla crescere forte e in salute. Anzi, il fatto che Lucia avesse iniziato ad essere “cicciotta” era per Rossella un simpatico motivo di sollievo, segno di quanto veniva viziata.

Negli anni la situazione trovò un nuovo e più rassicurante equilibrio: la bambina si era fatta ragazza, si era iscritta al liceo e la madre riusciva ad essere molto più presente. Ma Lucia continuava a mangiare anche quando il cibo a tavola finiva; era forte e piena di giudizio, ma quando era sola, davanti al computer mangiava ogni sorta di dolci, patatine , yogurt, cereali e caramelle, bevendo succo e coca-cola.

 Non ci volle molto che, all’età di 17 anni, Lucia versava in una grave condizione di Obesità. Per  due anni nessuna dieta aveva dato risultati positivi,  poiché a Lucia mancava di qualsiasi motivazione ad allontanarsi dal cibo.

Alla fine Lucia accettò di incontrarmi una volta a settimana, con la scusante  di voler placare le  ansie della madre. Dichiarai infatti ,a entrambe che io non le avrei mai suggerito di attuare una dieta, sulla base del fatto che se tutti i passati tentativi erano falliti un motivo ci doveva essere, e che  il cibo rivestiva certamente un ruolo fondamentale, pertanto non poteva essere alterato.  Questo non piacque a Rossella, ma piacque a Lucia. Iniziammo così un percorso di psicoterapia insieme.

Forse il fatto di essere ascoltata con reale e curioso interesse, forse il fatto di non farmi prendere dall’ansia per il possibile insorgere del diabete, permise a Luciadi iniziare a raccontarsi. L’idea di andare da uno psicologo non le andava completamente a genio, ma lei stessa si rendeva conto che qualcosa non funzionava, che non sapeva cosa fosse e come fare per risolverlo.

Il rischio del Diabete non era sufficiente a farle smettere di mangiare, ma di certo capiva che non poteva continuare ad ignorare il problema. In generale, al di là della sicurezza di sé che voleva trasmettere, aveva paura. Aveva compreso che il comportamento del mangiare le era utile per darsi piacere, ma che ora era diventato incontrollabile e, diventato più forte di lei, adesso la opprimeva.

 Se la madre la bloccava quando era affamata, lei perdeva il controllo, tanto violenta da doversi chiudere in camera, tremante di rabbia e vergogna,  ricolma di lacrime e sensi di colpa  senza riuscire a calmarsi fino a quando non si metteva a mangiare con ancora più foga, fino al punto di sentirsi sazia  al punto di aver l’impressione di scoppiare.

 Il cibo era il suo segreto, il suo luogo sicuro, ciò che le permetteva di reggere nella vita e adesso, per quanto pericoloso sentiva anche di doverlo proteggere.

Rifugiata nel cibo, dietro al cibo c’era lei: nuda, senza difese, senza possibilità di nascondersi ulteriormente.  Per questo serviva calma e pazienza. Per un lungo periodo la terapia era solo l’aspettare che lei si mostrasse per quello che era. Fragile e piena di insicurezze. A volte era necessaria la dolcezza, altre volte il cercare assieme un senso per le cose che le accadevano quotidianamente, altre volte invece dovevo essere fermo per evitare che tornasse a nascondersi dietro a nuove illusioni.

Fino a quando, un giorno parlando di questo e di quello, ad un certo punto quasi per caso, si decise a raccontare il suo segreto. Raccontò del fatto che in certi casi mangiava tanto, senza chiedersi che stesse mangiando, l’importante era inghiottire fino a sentirsi scoppiare; e lì,  proprio quando il “pieno da scoppiare” era al suo apice, la sensazione  si trasformava in qualcosa di completamente diverso: una meravigliosa leggerezza, che non aveva mai provato in vita sua.

Come un magico oblio in cui tutti i problemi si facevano piccoli, sentiva quasi di volare, quasi di  poter vedere oltre il soffitto un cielo libero da ogni preoccupazione, libero da ogni paura. Libero dalla paura che Rossella potesse abbandonarla, libero dal fatto che suo padre se n’era andato lasciandole sole. Lei diventava come avrebbe sempre voluto: una ragazza leggera,  luminosa e libera.

Provava una grandissima ammirazione per la madre, ma allo stesso tempo sentiva che lei non avrebbe mai avuto la forza di “farcela” da sola, di percorrere la sua strada: la paura del mondo era troppo grande.  Rossella non le aveva fatto mancare nulla, ma nonostante questo da sempre  Lucia aveva sentito la solitudine che stava oltre la protezione della madre. Per quanto lei non fosse mai stata sola, attraverso gli occhi della madre, attraverso le sue lunghe assenze ne era stata colpita lo stesso.

Le figlie fanno esperienza del mondo identificandosi con le madri, in modo diverso, ma simile a quando sono in pancia e conoscono il mondo attraverso la pancia stessa della mamma, una volta nate apprendono a essere se stesse guardando con gli occhi della madre, parlando come loro e sentendo come loro.

 Lucia aveva sentito il dolore che il mondo aveva arrecato a Rossella; ma Rossella non aveva potuto liberarsi da questo, imparando ad andare avanti senza porsi domande, senza sentire la paura per il timore di esserne distrutta. Nel tempo il dolore seppellito si era mummificato, rimasto intatto fino a trovare ascolto ed espressione in Lucia, come un ospite inquietante  privo di senso abitava in lei e incapace di dargli parola aveva preso possesso del suo corpo.

I figli hanno bisogno di cibo e amore: ma assieme al coraggio di un genitore, sono avidi anche della loro tristezza, delle loro paure come anche delle loro insicurezze, poiché solo così apprenderanno dal   genitore come affrontarlo.

Ma Rossella non poteva  mostrare a Lucia queste cose, poiché non poteva nemmeno insegnare alla figlia come affrontarlo. Nel tentativo di proteggerla aveva negato le sue fragilità.  E ora, Lucia negava le proprie.

Il cibo era stato per molto tempo l’unico piacere, l’unica rassicurazione durante il tempo in attesa del ritorno della madre, l’unica morbidezza in un mondo pieno di durezze. Il cibo era la promessa che la vita valeva la pena di essere vissuta, il filo a cui attaccarsi nei momenti di crisi, un pasto dopo l’altro tollerava l’ansia e la tristezza, fino a che la madre non rincasava per dormire con lei.

Tanto più aveva paura o tanta più tristezza sentiva, tanto più il tempo tra un pasto e l’altro, tra un boccone e l’altro si doveva accorciare.

La svolta decisiva arrivò quando Lucia in seduta disse l’illuminante frase: “Io Se mangio resto viva…”

E  la mia naturale risposta : ”Chissà quanto resterai più viva allora, se invece di mangiare da sola e di nascosto, tu iniziassi a mangiare in compagnia di chi sa capirti, o in un luogo che ti piace, oppure qui…”

Finalmente aveva sentito con la pancia che il suo gesto non era nulla di cui vergognarsi, ma segno di un profondo bisogno di espressione della fragilità, di cure  e attenzioni. Per paura di disturbare, o di gettare la madre nello sconforto aveva smesso prestissimo di mostrare alla madre i suoi bisogni: si era negata il diritto di avere bisogno, rifuggendo nell’illusione di indipendenza fondata sul compensare con il cibo il bisogno di sostegno e protezione.

Da qui iniziò la dieta. Una dieta fatta non di privazioni, ma del coraggio di affermare le proprie emozioni, di chiedere sostegno quando temeva di non farcela come anche del semplice e preziosissimo ascolto della sua rabbia. Che colpa ne aveva lei se il padre aveva lasciato lei e la madre? Perché lei non poteva piangere come gli altri bambini? Perché doveva essere sempre comprensiva dei bisogni e dei tempi della madre?  Perché aveva dovuto essere affidata alle cure di persone a lei estranee? Razionalmente tutto era chiaro, ma la bambina interiore urlava ancora di rabbia! E lei, per non sentirla, l’aveva ingozzata di cibo.

“Mangia e non piangere!”, “Zitta e mangia!”, “Mangia e non ti lamentare!” erano le frasi che si era detta dentro di se tante e tante volte. Finalmente ora poteva lasciare uscire ciò che aveva dentro  senza temere di distruggere ciò che aveva intorno, senza preoccuparsi che io avessi potuto non reggere o che l’avrei accusata di ingratitudine!

  Ci volle tempo, ma gradualmente il cibo tornò ad avere la sua funzione di alimento e la bocca diventava mano a mano più libera di tirare fuori oltre che buttare dentro:  mentre apprendeva a riconoscere, ad esprimere e a gestire le sue emozioni, quasi senza accorgersene, Lucia aveva cambiato il suo modo di mangiare riuscendo ad evitare il rischio di diventare diabetica.

 

firma finale

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