IL VUOTO DENTRO

I genitori di Marco mi contattarono in ansia  a causa della decisione di Marco, loro unico figlio, di lasciare la comunità di recupero a cui lo avevano affidato.  Tutto era nato qualche anno prima, quando Marco era stato trovato in possesso di  una significativa quantità di droga da parte dei carabinieri. All’epoca dei fatti Marco aveva diciassette anni e come da “procedura” fu inviato ai servizi territoriali per alcuni colloqui con lo psicologo. Inizialmente i genitori di Marco pensarono di trovarsi davanti a una “ragazzata”, ma dopo alcuni mesi e dopo svariati colloqui con il Ser.T . la situazione si era rivelata ben più grave di quanto potessero pensare.

Marco aveva iniziato a fare uso di Marijuana a quindici anni, ma non si era fermato lì, aveva gradualmente iniziato a fare un uso sempre più largo uso di alcol, cocaina e MDMA;  nonostante i colloqui con i medici e gli psicologi del territorio, non mostrava alcuna intenzione di smettere. A casa il clima era un inferno: non passava giorno che non scoppiassero furibonde liti a causa delle notti passate fuori casa o delle lunghe giornate chiuso in camera a non far niente.

All’ennesima visita specialistica, a Marco fu diagnosticato un disturbo di Personalità, gli vennero prescritti stabilizzatori dell’umore, antidepressivi e ansiolitici. Nonostante questo, il comportamento di Marco non accennava a migliorare, anzi, per quanto possibile, peggiorava sempre di più a causa del fatto che al consumo di droghe aveva aggiunto l’abuso di psicofarmaci; il che rendeva spesso Marco “inebetito” e quasi incapace di svolgere anche le più semplici attività quotidiane.

Un giorno il padre, vedendolo addormentarsi al tavolo, senza riuscire a rendersi conto di che giorno o ora fosse iniziò a scuoterlo con forza cercando di farlo riprendere, ma il risultato fu una catastrofe: Marco cascò violentemente a terra,  aveva infatti ingerito così tanti farmaci da non riuscire a tenersi in piedi. Questa vista fu per i genitori il punto oltre il quale non potevano più andare; il dolore e il senso di disperazione erano tanto grandi che si rassegnarono all’idea di inserire Marco in una comunità di recupero.

Per due mesi gli operatori della Comunità osservarono Marco in ogni momento, senza mai lasciarlo solo se non per andare in bagno o per dormire; tutti i farmaci furono gradualmente ridotti fino a una loro totale sospensione, inoltre era costantemente soggetto a controlli delle urine per impedirgli di assumere sostanze stupefacenti di nascosto.  Dopo poche settimane dall’ingresso in comunità, all’età di  19 anni Marco aveva iniziato la sua lenta risalita verso la vita.

In tutto fu necessario più di un anno perché Marco riuscisse a rimettersi in sesto: inserito in un gruppo di psicoterapia, aveva ripreso gli studi e iniziato a fare pratica come meccanico da un amico del padre. Fino ad ottenere il permesso di tornare a casa due giorni a settimana.

La droga è troppo spesso vista come l’unico male e unica causa del disagio; alla lunga questo è sicuramente vero, ma il consumo di una sostanza inizia come tentativo più o meno adeguato di  un rispondere a un bisogno. Se è difficile trovare risposta alla domanda “Perché lo fai?” è molto più facile che chi consuma una droga sia ben in grado di spiegare “Perché quella droga e non un’altra?”, e questo è un buon punto di partenza.

Grazie all’ottimo percorso terapeutico Marco sembrava finalmente essere tornato ad essere ciò che tutti desideravano.

Una sera, dopo una notte passata a casa dalla mamma e dal papà, dopo avere studiato e lavorato, mentre si accingeva a tornare in comunità, in modo inspiegabile fece trionfale comparsa il suo male. Tanto più  limpidi e luminosi sono i soli, tanto più scure e imponenti si fanno le ombre. Così al termine della giornata, quando tutti sono solitamente felici di tornare a casa, Marco sentiva qualcosa che mancava. E questo qualcosa era Tutto.

Come in preda a voci di un sogno, sudato e tremante in auto sentiva i suoi pensieri schiacciargli le tempie; cosa aveva fatto per tutto questo tempo? Per quale motivo aveva sofferto in comunità per più di un anno? Per un lavoro malamente retribuito e in cui si sentiva un completo inetto? Per studiare cosa? Quando non vedeva fine agli anni di studio davanti a Sé e vedeva i suoi amici universitari andare all’estero? Per quale motivo restare lucidi? Se nulla di quello che secondo i suoi genitori era buono per lui gli aveva mai dato soddisfazione?

Marco come molti altri ragazzi della sua generazione, sono nati in un era in cui il cibo, l’istruzione, le automobili, i televisori, i vestiti e i computer non sono un obiettivo, non sono un sogno, ma sono la normalità. La vita è priva di stupore.  Nessuno desidera un cibo se la sua pancia è sazia sempre,  nessuno prova piacere se lo sperimenta costantemente, senza provarne mai la mancanza. L’eccesso di sazietà alla fine provoca il vomito.

Quella sera Marco non tornò in comunità e nemmeno a casa. Gli operatori del centro di recupero non vedendolo tornare, iniziarono a chiamare gli ospedali e i suoi vecchi conoscenti, ma senza risultati. La mattina dopo furono i carabinieri a contattare il padre di Marco.

“Suo figlio ha avuto un grave incidente d’auto e attualmente si trova ricoverato presso l’ospedale”

Il terrore, la paura, la rabbia, la vergogna, il dolore, la disperazione e un profondo amore attraversarono i cuori dei genitori di Marco quando lo videro intubato, pieno di ferite nel letto della rianimazione, ma ancora vivo. Scoppiarono in lacrime.

La sera prima Marco aveva bevuto, aveva assunto una sconsiderata dose di amfetamine e non contento aveva continuato a bere senza pausa per poi rimettersi alla guida e schiantarsi a folle velocità contro un albero. La fortuna ha voluto che nessun altro fosse in auto con lui,  e che  visto il tardo orario, nessuno  fosse rimasto coinvolto nell’incidente.

Non appena riuscì a parlare e a riconoscere i genitori, si mise a piangere come un piccolo bambino; chiedendo di non essere riabbandonato, di non voler tornare mai più in Comunità e che piuttosto avrebbe desiderato la morte.

Non era una metafora.

Allora sono stato contattato.  Appena iscritto all’Università di Psicologia, non mi accontentavo di studiare sui libri. Non perché sia mai stato particolarmente brillante, ma anzi proprio perché ho sempre avuto molte difficoltà nello studio; faticavo a leggere e a scrivere, la mia mente era costantemente distratta dal mondo. L’unico posto in cui stavo bene era da solo, in mezzo alla natura. Anche io come Marco non coglievo il senso di ciò che per gli altri era importante. Così decisi di trovare lavoro in un posto in cui c’erano altri che il senso della vita lo avevano perso: lavoravo in una comunità per il recupero delle tossicodipendenze. Le persone che ho curato hanno curato me. Tutti i soldi del mondo, tutti gli oggetti e i vestiti, tutte le sicurezze lavorative non potranno mai colmare il vuoto che ci lascia una società per la quale le famiglie, le persone e i bambini altro non sono  che oggetti, soldi, macchine anch’essi.

“Respira Marco, Respiriamo insieme, Riempiamo di Spirito i nostri corpi, sicché  l’anima torni a restituire vitalità al mondo che abbiamo intorno.”

Io come Marco avevo sentito il vuoto, ma per pura sorte, avevo scelto un’altra strada. In qualche modo io lo capivo profondamente e accettai di avviare con lui una psicoterapia, non appena le sue condizioni fossero state in grado di sostenerla, e restituire al mondo un po’ di ciò che a me era stato donato.

firma finale

 

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